Il sole a mezzogiorno
Breve racconto scritto sulla spiaggia nel mese di agosto del 1995 |
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La scala
Mi svegliai e fu tutto chiaro! i gradini della lunga scala, scavata nella roccia, venivano da me superati con immenso sforzo. Inutilmente mi giravo per osservare il cammino ormai superato perché un manto di nuvole, distante da me un palmo, copriva il tutto. Il silenzio era enorme, io solo salivo verso la cima, io e il vuoto, io e la scala. Ogni gradino era una storia a sé, tutti diversi l'uno dall'altro, e al tempo del mio passo, benché veloce, non potevo assolutamente raggiungerla. Allora mi fermai, respirai a fondo affinché il mio cuore si calmasse, posai il vecchio e forte bastone, e mi chiesi :«Ma devo per forza raggiungerla?». Avevo lo sguardo diritto verso un'unica meta, la cima, cos 'é che mi attirava, perché ero così attratto. Mi sembrava tutto semplice, ma nella semplicità delle cose, consumavo la vita giorno dopo giorno in preda ad un unico obiettivo.
Ero stanco e, finalmente fermo, cercavo una motivazione valida, era il momento di una pausa, dovevo riflettere. Ad un tratto il mio viso fu accarezzato da una piuma, un grosso uccello, con la sua grande, apertura alare, librava nel vento. Un falco, senza il minimo sforzo, volava nei cieli che io sognavo. Lo vedevo bene, e lui mi vedeva? mi alzai in piedi e sventolando il berretto gridai :«Ehi tu! grande falco, mi senti?», la voce si rifletteva nei vasti spazi che, a ripetizioni infinite, emettevano gli echi. Ripresi fiato e ancora :«ehi grande uccello sono qua, mi vedi? sono qua sulla scala». Mi parve che il falco avesse ascoltato le mie grida, ebbi la sensazione che avesse avvertito la mia presenza.
Appoggiandomi al bastone continuai la scalata per avvicinarmi al volatile. Superavo i gradini velocemente, con tutte le mie forze. Feci in un'ora il percorso di un giorno e solo quando sentii il cuore sull'orlo dell'infarto mi fermai, ripresi il respiro e più' di prima gridai verso il falco. Non riuscivo a vederlo perché il sole mi accecava ma gli ero così vicino che sentivo bene il suo verso. Mi fermai ancora, e ormai sfinito, mi sistemai nel migliore dei modi sui gradini, chiusi gli occhi e piano piano mi addormentai.
Non so per quanto tempo riuscii a dormire, né cosa sognai ma che il tutto fu un lungo incubo ne sono certo. Ebbi la sensazione che una mandria di bufali mi percuotesse il corpo con enormi zoccoli sferrati. La realtà si evidenziò ben presto, non bufali ma esseri al mio pari che, incuranti del mio corpo, al solo scopo di salire, non risparmiavano le mie già deboli carni. Tutti frenetici al ritmo di tamburi si scavalcavano al folle rischio di cadere nell'infinito vuoto. L'insieme durò qualche minuto, poi si udirono solo lamenti e sbuffi, quindi tutto tornò nella quiete. Allora non so cosa mi prese ma anche io sentii quella smania di correre, di continuare a salire la scala, anzi mi rimproverai per aver perso tempo in pensieri ed idee strane e mi lanciai all'inseguimento di quella dannata mandria.
Così mi ritrovai a salire sempre più velocemente le scale della dura roccia e correvo, correvo, riuscii ad ascoltare il suono dei tamburi che eccitavano quei folli e iniziai anche a vederli, ma poi le gambe persero la poca forza rimasta e rallentai di molto il cammino fino a fermarmi terrorizzato nel vedere, sul sentiero, il corpo ancora caldo di un uomo del gruppo. Aveva il volto teso dalla rabbia e dalla paura, le mani lentamente si aprivano in segno di speranza, mi avvicinai, gli bagnai la fronte, fece appena in tempo a socchiudere gli occhi e di accennare un ringrazioso sorriso.
Continuai il cammino e mi dovetti presto abituare a visioni del tipo prima descritte; molti furono i corpi che superai, tutti ormai distrutti, tutti dimenticati dal tempo.
Continuavo a salire e mi chiedevo se qualcuno, tra quelli che senza nessuna pietà avevano calpestato il mio corpo a riposo, fosse rimasto in vita. Riuscii a contare più di cento corpi, anzi molti di più! e non ebbi, al momento del calpestio, impressione di un numero così elevato.
Ormai camminavo per inerzia, il rosso sole iniziava a sparire e la luce con esso. Ero ancora solo e continuavo a salire, si salivo, salivo ancora. Per tutta la notte percorsi il lungo sentiero e quando le prime luci giallastre iniziarono a rischiarare i miei pensieri, mi fermai. |
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La pausa
«Questa volta non ci saranno storie che tengano», dissi tra me e me :«non farò un passo in più se non motivato!» Bevvi un sorso di acqua, posai bastone e cappello e mi adagiai pian piano sul gradone più largo e, quando fui ben comodo e ben riposato, iniziai a riflettere.
La prima cosa che, come un baleno, mi parve di ovvia deduzione, fu che la mia posizione nell'ambito della scala era rigidamente immutabile. Infatti i gradini inferiori ed i superiori erano così numerosi che minimizzavano il valore del percorso fatto, per quanto lungo esso fosse stato. Per cui salire cento, mille o centomila altri gradini non avrebbe comportato una variazione significativa della mia posizione. Salire altri gradini, quindi, non era affatto oggettivamente significativo. La controparte a tale deduzione era che personalmente scavalcare anche uno solo, il più semplice dei gradini, era per me motivo di grande soddisfazione. Gli sforzi, i sacrifici, il dolore sofferto, incutevano un atteso attimo di intensa felicità, una sospirata soddisfazione per aver raggiunto un obiettivo prefissato.
Devo però non trascurare che la mia tendenza é quella di salire, e spesso si prova piacere in quello che si fa per non essere indotti al cambiamento, che comporterebbe maggiore rischio e dispendio di energie. Voglio dire che se avessi cambiato la mia tendenza, dovuta all'abitudine, avrei potuto provare la stessa soddisfazione facendo qualcosa di diverso; magari il fatto stesso di stare seduto a godere il panorama, mi avrebbe dato lo stesso benessere, la stessa felicità.
Così alzai il capo ed ammirai per la prima volta l'incantevole paesaggio naturale che mi circondava. Pennellate di colori ardenti, come magma eruttivo, si spegnevano nei toni delicatamente soffusi dal tepore delle nubi. Nulla sembrava avere corpo, ma in tutto vi si leggeva la forma. Grosse catene rocciose si riflettevano nel grande specchio d'acqua del lago; non vedevo la presenza di esseri viventi, ma le gigantesche conchiglie, accatastate l'una sull'altra come rocce, mi fecero intuire la loro esistenza. Molto lontano, in una grotta, mi sembrava di vedere una grossa candela, la sua luce e la sua cera creavano misteriosamente il volto di un uomo, che, con i luminosi occhi, osservava maestosamente i piccoli sentieri che si diramavano nel paesaggio e sparivano chissà dove. Tutto era in quiete, ma si aveva la forte impressione di una imminente esplosiva dinamicità. Ma quello che più di tutto mi meravigliò fu che sulla scala a pochi gradini più in alto da me, sul secco ramo, riposava il grande falco.
Non mi osservava, ma ero sicuro che sapesse con precisione ogni mio movimento. Era lì ad indicare un punto fisso, uno stop. La sua presenza mi incuteva paura e finché rimaneva lì, sul ramo, di certo non avrei fatto nessun altro passo. Era bellissimo e così tanto maestoso che mi incantava. `Non so se per la paura o per il fascino, ma sia io che lui di certo non ci perdevamo d’occhio. Volevo allontanarmi un po', cercare una distanza di sicurezza, ma, per il timore di non so cosa, ero immobilizzato a pochi gradini da lui. Voglio precisare che l’uccello non aveva un aspetto minaccioso, forse avvicinandomi potevo accarezzarlo, ma non escludo che potesse anche aggredirmi; gli bastava un piccolo volo. Fu allora che affiancai alle due alternative, salire o scendere, una terza. Alcune centinaia di metri mi separavano dalle acque del lago, un volo che di sicuro mi portava alla morte. Era una dura decisione, e quei terribili momenti di ansia e di
angoscia mi inducevano a prenderla. Ogni attimo era buono per farla e tutto finì quando il falco alzò il capo, scrutò i paraggi e volò via, lasciandomi solo con le mie paure.
Ormai non sapevo più cosa fare, falco o non falco il volo l’avrei fatto con piacere. L'altezza era abissale. Guardavo giù e subito avvertivo i capogiri, la mente si annebbiava in un attimo. Mi alzai, mi avvicinai al precipizio, con una mano mi reggevo alla roccia, chiusi gli occhi, era il momento! Il caldo sole ammutoliva ogni cosa e irradiava il suo ronzio, «Mi butto, mi butto», ripetevo delirante :<<mi butto».Continuavo a pensare con gli occhi socchiusi diritti verso il lago. Ero pronto per il volo, aspettavo solo un segno, qualcosa
Che mi dicesse di si, che ero nel giusto, o di no, che sbagliavo, cercavo un appoggio. Tutto era fermo, anche il lago, con le sue acque calme era immobile come una rete mortale. Sotto i miei piedi il terreno tendeva a cedere, alcuni sassi iniziavano a prendere il volo, potevo seguire la loro caduta fino a metà cammino, poi aspettavo in silenzio il tonfo che, nonostante la distanza, si udiva chiaramente. |
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La prova
Ero ormai esasperato, dovevo decidermi, un motivo una sola motivazione valida e restavo in vita. Avevo sempre pensato che se avessi avuto la capacità di dimostrarmi di possedere delle caratteristiche, o una caratteristica, per la quale potevo differenziare dagli altri uomini, allora ero degno, anzi dovevo vivere. E cosa poteva darmi più gratificazione del controllo del mio corpo, della capacità di comandare i movimenti in qualunque situazione, della capacità di trasferire gl’impulsi nervosi dalla mente a ogni parte del corpo trovando in esso il pieno equilibrio, e eliminando le interferenze esterne di qualunque tipo siano. Equilibrio, si equilibrio mentale e fisico e isolamento, concentrazione! E fu così che decisi di ritirarmi dal precipizio, mi sedetti su di un gradino, e meditai sulla possibilità di dimostrarmi quanto detto.
Le mie intenzioni erano ben chiare: dovevo, in una situazione notevolmente critica, dimostrare di sapermi controllare e di assumere una posizione di equilibrio per un tempo determinato. Un minuto, cos'è un minuto nell'arco della nostra vita! Mi avvicinai ad uno spiovente, e pian piano mi portai su di una piccola roccia che sporgeva più delle altre. Con un piccolo saltello riuscii a mettere entrambi i piedi su di un bastone, che emergeva dal fondo roccioso verticalmente. Il pericolo era già enorme ma io dovevo andare oltre, un minuto, un minuto di controllo e rinascevo. Tenevo le braccia ben aperte, il capo chino ed i piedi l'uno sull'altro. Così alzai un piede e lo adagiai sul ginocchio. Il vento era leggero ma in quella posizione anche il respiro di un bambino poteva essere esiziale. Bastava un attimo e cadevo giù. Un minuto, sessanta secondi, e se fossi rimasto in vita, avrei vissuto davvero. Con molta lentezza chiusi le braccia a croce sul petto, e iniziai il conteggio. Uno, due, tre... sessanta secondi e tutto era finito! Quattro, cinque, sei... Contavo con molta lentezza, un numero al secondo. Tutto concentrato continuavo a contare, con il corpo immobile sul vuoto. Avvertivo sempre più intensamente, nonostante il forte annebbiamento, che controllavo il corpo con piena efficienza. Dodici, tredici, quattordici... tutto si basava su pochi movimenti della caviglia destra, ad ogni piccolo spostamento passivo, un piccolo movimento, uguale e contrario, volontario. Venti, ventuno, ventidue... tutto in sincronia, mentre il corpo restava immobile nella sua scomoda posizione. Ventinove, trenta, trentuno... e la mente annullava tutto, le paure, il pericolo, il vuoto, la morte! Annullava, annullava ogni cosa, impassibile continuava a contare. Trentasei, trentasette, trentotto... Avevo delle sensazioni che forse nella vita per la prima volta provavo. Mi sentivo spoglio di qualsiasi problema. Avvertivo uno stato di benessere, mi sentivo felice. Quarantacinque, quarantasei, quarantasette... a un tratto la mia mente, come una lavagna, si pulì. Vedevo nulla, tutto era assente. Cinquantuno, cinquantadue, cinquantatre... iniziarono i ricordi, tutte le mie esperienze, le mie avventure, i miei amici, i miei genitori. Sentivo mia madre chiamare, la sua viva voce, e la mia donna cantava e giocava a palla con la piccola. Cinquantacinque, cinquantasei, cinquantasette... le mie scelte, le rinunce, gli errori, i miei rimpianti. Cinquantotto, cinquantanove, le immagini mi giravano attorno, come in un vortice, sentivo il sangue scorrere forte e pulsare nelle tempie come su due grossi tamburi. Sessanta! sessantuno, sessantadue, sessantatre... la mia vita tutta riassunta nel tempo di un lampo! Sessantacinque, sessantasei, sessantasette... sentivo mia madre, la mia donna, gli amici, mille voci che ripetevano tutti un'unica parola, il mio nome! Settantadue, settantatre, settantaquattro... sentivo freddo, avvertivo che il mio corpo tremava, ed ancora mi sentivo chiamare. Ottanta, ottantuno, ottantadue... le voci, sempre più chiare e più forti, mi colpivano il volto come schiaffi. Novanta, novantuno, novantadue...
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Orco
Non ricordo fino a che numero contai, mi ripresi ed ero disteso su di un letto di paglia, al mio fianco due ometti che, con molto sollievo, si guardarono e, porgendomi da bere, mi dissero :«Sei tra amici riposa, riposa ancora». Ero in una grossa capanna, ospite di chi, forse, mi aveva salvato la vita. I due, che ebbi col tempo modo di conoscere, erano molto diversi da me, ma simili tra loro. Di statura bassa, calvi, di carnagione scura, due grandi occhi verde chiaro grigiastri, trasmettevano serenità. Erano ben forti e, anche se a vederli avevano un aspetto giovanile, di certo avevano vissuto a lungo. Non parlavano mai tra loro, s'intuivano, e non con gesti o con frettolosi sguardi, s'intuivano e basta, oserei dire telepaticamente. Il tutto mi sembrava così strano. Il silenzio, la serenità trasmessa, l'incredibile stato di benessere che mi avvolgeva come in una morbida coperta e che mi appagava di tutto, mi facevano pensare ad un altro mondo. Ero forse morto? e la prova l'avevo superata? Si avvicinò uno dei due, mi portò ancora da bere, mi prese teneramente la mano, e disse :«lo sono...», socchiuse gli occhi e fece un grosso sospiro :«io sono Orco». Trascorsi diversi giorni con loro, ed ebbi modo di sapere di come e quando mi avevano salvato, e non solo, in quei giorni ricevetti un vero e proprio corso di educazione, in quei giorni io riuscii a comprendere il significato della vita. Sia Orco che il fratello erano stati molto provati dalla vita. Vivevano in solitudine e non per scelta ma perché il loro aspetto, alquanto mostruoso, era sempre stato un grosso problema per la convivenza. Mi raccontarono di quante volte avevano sopportato le ingiuria della gente, per non parlare delle percosse! Il gemello di Orco aveva una grossa cicatrice mortale che gli ricamava il corpo dalla gola al pube. Spesso si sedeva in un angolo della capanna e come un cagnolino si accarezzava il taglio ricordandosi dell'evento. Avevo tanta voglia e ancora mi è rimasta di poter fare qualcosa per loro. Mi diedero ogni loro avere, materiale e spirituale, senza mai chiedere nulla o desiderare di farlo. Tutto mi venne offerto da quelle due anime dannate! tutto, al punto che, pur essendo bisognoso, mi vergognavo di accettarne ancora. Certamente non possedevano ori! ma chi più potrà saziarmi, dissetarmi, ora che sono pieno di loro.
Trascorsi diversi giorni in quella capanna, giorni che non dimenticherò facilmente, ma venne il momento in cui decisi di andare via. Orco voleva trattenermi ancora, forse per sempre, ma si fece coraggio e mi disse :«Sei guarito, perché hai creduto in noi, come a fratelli e fratelli ora ti siamo». Mi appoggiò la mano sulla spalla e continuò :«il sole sparisce quando è meravigliosamente tinto di rosso, ma tu sei pronto?». Mi appoggiò l'altra mano sulla spalla e scuotendomi il corpo, dolcemente continuò a dire :«sei forte lo vedo, ti sei ben ripreso, ma è l'anima che ti sento ancora debole, c'è la farai a difenderti dai demoni?». Abbassai il capo, poi li baciai, aprì la porta e andai via. Percorsi un centinaio di metri e mi girai per un ultimo saluto :«Orco, fratello caro, possano crepare i cuori malvagi di questo mondo!». |
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Il ritorno
Continuai il mio percorso, durante il quale non facevo altro che pensare al tempo trascorso con i due miei nuovi fratelli che mi avevano ridato la voglia di vivere con i loro insegnamenti. Si, ardeva in me il desiderio di tornare tra i miei, di farmi ascoltare, di portare sani e utili ideali dei quali tutti dovevano farne tesoro.
Decisi così di tornare al mio paese, la strada era molto lunga, ma io ero armato di coraggio e volontà. Iniziai il cammino e, quasi come un ragazzo, mi meravigliavo di ogni cosa. Mi accorsi che il sentiero era pieno di fiori e di animali, li osservavo con piena curiosità, in vicinanza di un grosso sasso vi era un'enorme scia di formiche che correvano impazzite. Tutte erano occupate, tutte avevano un compito da svolgere. Mi accorsi che alcune formiche, più grosse delle altre, non lavoravano affatto, ma con le loro minacciose mandibole, intimorivano, e nel caso aggredivano, qualsiasi nemico. Altre trasportavano grosse pagliuzze, ed altre ancora, tutte unite, un grosso verme che invano tentava di liberarsi. Rimasi sbalordito da quella enorme organizzazione e mi chiedevo come fosse possibile che quei minuti insetti potessero raggiungere tanta perfezione. Chi andava, chi veniva, dal nido si diramavano in mille direzioni, per poi unirsi in una sola molto lunga, tale da perdersi a vista d'occhio. Mi alzai e seguii la fila per vedere dove terminava e cosa attraeva quei laboriosi insetti. Quante decine di metri dovetti percorrere prima di arrivare alla grossa preda. Un geco, ormai morto, donava le sue carni per le riserve invernali delle formiche.
Continuai il cammino, non sapevo dove fosse realmente il mio paese, la mia casa, la mia gente, andavo verso il sud, osservando la posizione degli astri. Mi trovai in una immensa distesa simile ad un deserto, dove la scarsa vegetazione presente era costituita da alcuni alberi secchi e da prati stepposi. Al centro di questo spazio osservavo un qualcosa di alquanto misterioso. Domare la curiosità non é mai stato il mio forte, e ben presto mi ritrovai in cammino verso la costruzione centrale. Passarono diverse ore ma nulla potei aggiungere alla mia sete di scoprire. La costruzione che erompeva dal centro, come un serioso sorvegliante, sembrava avere una forma incredibilmente sferica. Camminai per ore la sfera diventava più grande, ma sempre simile all'immagine che avevo ricevuto la prima volta. Avevo paura ma le gambe si muovevano ormai instancabili verso quella direzione. Distavo da essa ancora molti metri, e già mi sembrava enorme, di certo aveva un diametro che superava il chilometro. Avevo paura, si, a singhiozzo mi fermavo e mi accorgevo che tremavo. Il vento iniziava a soffiare, e alzava nubi nel cielo di polvere giallastra. Il sole picchiava più di un martello, io tremavo, ma le parole di Orco erano ben chiare :«Non avere mai paura», mi disse :«perché essa è la droga che più di ogni altra può predarti, perché ti assale come una bestia feroce che, pur non avendo fame, giocherella fino a vederti esangue. Non avere mai paura, perché é l'unico motivo per il quale potresti non superare l'ostacolo». Allora continuai, mi facevo coraggio e mi avvicinavo sempre di più alla terrificante sfera che si ingigantiva ancora. Si, era una sfera, un'enorme palla di cemento armato, senza entrate e né uscite, un'enorme massa che galleggiava in quel mare di sabbia e che, al di là della grandezza, sembrava priva di ogni significato. Mi sentivo sicuro, anzi fiero di poter osservare quella maestosa immagine senza averne timore. La sera creava ombre ovunque e ogni cosa perdeva la luce del proprio colore, tutto divenne grigio, tutto sparì, tutto tranne lei. Gli occhi si spalancarono dalla meraviglia, come era possibile, nel buio immenso della notte la sfera si colorava di una delicata luce biancastra, sembrava la luna! Era incredibile, il cemento brillava! Colorato anch'io dai riflessi della sua luce gli andavo diritto contro, e mi avvicinavo sempre di più. Avevo superato il senso della paura, ma avvertivo comunque un certo timore. Ero davvero piccolo al suo confronto, sembravo una di quelle piccolissime formiche che avevo visto prima. La notte si faceva sempre più buia, sulla mia secca pelle iniziò a cadere una leggera pioggia. Ero solo, terribilmente solo. La pioggia divenne sempre più fitta e io camminavo, tra tuoni e lampi camminavo e mi avvicinavo sempre di più. Bagnato in ogni poro camminavo perché avevo sete, sete di sapere, sete di conoscere, sete di quell'acqua che mi si negava. Passo dopo passo, nella melma di quell'insospettato inferno, giunsi finalmente a pochi metri dall'accecante sfera, feci un grosso respiro mi asciugai la fronte, e afferrai un duro ramo dal terreno, lo alzai con tutte le mie forze e, come un martello, lo scaraventai su di essa gridando :«Orco, fratello mio». La rabbia era così forte che mi sentivo impazzire. Seguii con lo sguardo il bastone volare e frantumarsi sul cemento luminoso e in mille pezzi scivolare su di esso per poi ritrovarsi sul terreno a pochi passi dal mio corpo. Tesi la mano e cercai di appoggiarla sul muro, mi accorsi che non era di cemento, né cemento e né altro, nessun corpo solido divideva me dall'interno della sfera, solo luce, luce e basta. Feci un passo, poi un altro. La luce penetrava nel mio corpo, e io mi sentivo denudato e totalmente vuoto. Ancora un altro passo, ed ero lì, nella sfera. Luce nella luce. Tenevo gli occhi ben chiusi per evitare che mi accecassi. Udivo degli strani rumori come se dei grossi uccelli mi volassero intorno. Percorsi ancora molti metri, tutto rimase immutato. Luce solo luce, candida soave luce biancastra. Mi accorsi che non avevo i piedi sul suolo ma, come un pesce, vagavo in un fluido misterioso e, in orbita, mi avvicinavo al centro, ed ero pienamente convinto che era quello il luogo nel quale avrei gustato quel sentimento che tutti cercano, la pace, la completa scomparsa di ogni timore, la piena soddisfazione di esistere, la minima distanza da Dio. Ondeggiavo in senso centripeto in una spirale che sempre più forte mi liberava da ogni pensiero. Non più un ricordo, né più una meta, niente di niente, solo luce. Il mio corpo iniziò a dilatarsi e come un gas si diffuse. Ero in ogni luogo nello stesso istante o, al contrario, non ero: il corpo non aveva più forma né una allocazione spaziale. Non avevo più dimensioni, né tempo, né spazio e né altro. Nulla, l'immenso vuoto. Ad un tratto avvertii una maestosa esistenza, un non so cosa che avvolse ogni mio atomo e mi ridimensionò. Mi sentii di nuovo uomo, e come tale pieno di rabbia. Dalla mia bocca un fiume di parole usciva in piena confessione. Dissi di ogni cosa, di tutte le ingiustizie vissute, di come mi sentivo paralizzato nel dar fuoco alla miccia della bomba che in me giaceva. Espressi il mio dolore, i miei peccati. Un ingorgo di frasi che, senza la mia volontà, si districavano nel preciso modo che avevo sempre sognato. Raccontai di ogni cosa, di tutto e di tutti, dei giorni passati con Orco, dell'esperienza fatta con il grande falco, della cima che volevo raggiungere, del mio paese, dei mie cari, e feci mille domande; migliaia di perché cercavano risposta. Rimasi davvero deluso quando, aprendo gli occhi, mi ritrovai nella mia casa seduto su di una poltrona in vicinanza del fuoco che ardeva nel camino. |
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A casa
Ero stato rifiutato, i giorni trascorsi in questo inferno non erano stati sufficientemente vissuti per meritare il paradiso? In cosa sbagliavo, quali erano i miei errori. Tutto mi sembrava così palese, io ero senz'altro nel giusto, avevo sempre operato nel bene. Ed allora perché il rifiuto? Mi alzai dalla comoda poltrona e sbirciai nelle camere per cercare gli altri della mia famiglia, ma in ogni luogo regnava un triste silenzio. Sul tavolo le poche briciole di pane molto secco e la candela ormai strutta mi fecero supporre che in quella casa non vi era anima viva da molto tempo. Mi avviai verso l'uscio di casa, e aprii la porta. Fuori c'era il diavolo.
Saltava da una casa all'altra, tutte distrutte e bruciate fino alle fondamenta, ridendo e sibilando tra i corpi ormai putrefatti. Si, era il diavolo e non provate ad immaginarlo in sembianze animalesche perché, come Orco stesso mi disse, più somiglia all'uomo e più la sua immagine risulta veritiera. Corpi trucidati ovunque, pastori, donne, bambini, le loro umili carni erano parzialmente coperte da papaveri che davano l'unica nota di tenerezza in quel tenebroso cimitero. Percorsi il paese in largo e in lungo, in ogni strada suonava la stessa campana. Affannato corsi verso le case di chi mi stava più a cuore, niente, nessun perdono. Solo il campanile della chiesa, anch'essa distrutta, restava eretto per sottolineare con decisi colpi la drammatica realtà. Alzai il capo e, accecato dal sole, cercai di scoprire le vesti del campanaro. Era lui, il maligno! Mi osservò con il suo oscuro volto e lentamente mi venne incontro, sferzando la sua mortale falce.
«Non esistono cose che non puoi ottenere, né azioni che non puoi fare», mi disse Orco, «se credi, e solo se sei totalmente convinto che puoi farlo; allora un elefante ti sembrerà una formica, il mare lo potrai bere in un sorso, ed ogni cosa sarà ai tuoi ordini». A quei tempi non carpivo la veridicità del fatto, ma ora si. Perché ardevo dal desiderio di poter annullare quell'essere. Mi girai dandogli le spalle e chiesi a Dio di eseguire la mia volontà :«Mio Dio», sussurrai :«prendi ciò che vuoi, prendi le mie gambe, tu conosci l'importanza che hanno per me, prendile te le sacrifico con vivo piacere, ma conferiscimi la forza, la potenza, anche per un solo attimo, per poter vincere il maligno che ho alle spalle». Più volte mi sembrò che la falce mi sfiorasse il collo, più volte odorai il suo puzzo maledetto, ma nulla mi fece cambiare idea. Ero lì irremovibile ad aspettare la morte del male. Solo quando finalmente non avvertii più niente, mi girai. Ai miei piedi vi era un sasso ancora caldo e maleodorante. Mi chinai, lo raccolsi, e lo lanciai nelle acque del lago poco distante dal paese. Ancora oggi, si dice che in quel lago vive un mostro spaventoso e che i pescatori sacrificano parte del pescato per placare la sua collera.
Raccolsi le mie speranze e tornai a casa, l'unica a non essere distrutta. Dopo aver alimentato il fuoco del caminetto, mi sedetti sulla poltrona, socchiusi gli occhi e iniziai a pensare a cosa dovessi fare: era ora, era il momento. La stanchezza aveva allentato tutte le corde del mio corpo marionetta. Sprofondavo nella poltrona e anche la mente iniziò ad arrendersi. Pian piano mi spegnevo, come le luci di una città che si diffondono in sordina nei piccoli vicoli ciechi. Come avrei voluto sentire, ancora per una volta, lo strofinio di un paio di calze; come mi sarei poggiato sul banco di un bar, accanto a una birra dorata e farmi deliziare dalle note di un pianista. Mi bastava il sorriso di una lucciola per ringiovanire e dare più energia al respiro placato che ossigenava timidamente il mio corpo. Ero stanco, e dopo mille pensieri mi addormentai.
D'improvviso un suono mi svegliò. Ero molto stanco e, ancora intorbidito dal sonno, cercai con lo sguardo di capire cosa fosse accaduto. Vidi mia moglie accanto ai fornelli che cucinava, come al solito, il pranzo della giornata. Indossava il grembiule che io le avevo regalato. Mia moglie, due occhi limpidi come il mare, un fuoco di speranza, un pozzo di serenità. Vicino alla porta che scricchiolava per il forte vento, mio figlio giocava, martellando sul pavimento, con delle posate. Gli feci un sorriso, ma il sonno mi aggredì e continuai a dormire. Lottavo con la stanchezza e in poche occasioni riuscii a vincerla. Ebbi così ancora delle offuscate visioni. Al tavolo di legno massiccio mio padre giocava a carte con amici, ascoltai il battere della carta sul tavolo, come egli faceva, quando soddisfatto aveva conquistato la napoletana. Vidi il mio cane che mi leccava la caviglia e aspettava impaziente una carezza. Ma ero stanco e tornai a dormire. II sole filtrava dalla finestra e accarezzandolo riscaldava il mio braccio. In dormiveglia sentivo le voci calde dei parenti. Una in particolare mi fece rizzare la pelle. Un'esclamazione di una bimba che, con piena meraviglia, disse :«E' tornato!», fece un piccolo sorriso e riprese a dire :«babbo mi ascolti?», e ancora :«mio Dio com'è magro!». Tra me e me pensavo: «Ma certo mia dolce bambola che ti ascolto», ma nelle condizioni in cui ero non sapevo più nulla. Stavo sognando, deliravo, qual era la realtà`? Il mio passato negava nel modo più assoluto l'esistenza di quello che vedevo o era il passato a essere un sogno? Cosa avevo sognato: il passato o il presente? E che cosa é il sogno se nel momento in cui l'ho vissuto ero pienamente convinto di essere nella realtà? Ai mie dubbi diedi risposta ancora una volta rifacendomi al grande fratello.
«Non impedire che il sogno confluisca nella realtà ed al contrario. Ma non vivere sognando e non sognare vivendo, perché i due fluidi al pari dell'acqua e dell'olio non sono miscibili. Entrano e sconfinano ognuno nel corpo dell'altro se accompagnati da una razionale volontà, tornano a dividersi se lasciati in quiete». Queste parole le ascoltavo come se in quel momento Orco fosse lì a sussurrarle al mio orecchio. I1 tempo trascorreva in fretta, ormai il sole riposava, e anche io caddi in un lungo e vero riposo.
Fu la pioggia a svegliarmi, chissà dopo quanti giorni, * dai vetri rotti della finestra la osservavo cadere sui tetti incendiati e sulla terra assetata che, inbibendosi di acqua, emanava il fresco odore degli attinomiceti. Cadeva e puliva il paese da ogni cosa, per le strade l'acqua correva impazzita e formava dei ruscelli rossastri. I cadaveri galleggianti venivano accumulati a valle formando una sorta di cimitero. Anch'io non venni risparmiato, dal tetto cadevano alcune gocce e io mi lasciavo colpire penetrandomi in quella generale rinascita.
Nella mia cucina non vi era anima viva, io solo, io e la pioggia. La porta si aprì di botto spinta dal vento, il vetro di riflesso si ruppe ancora di più. Mi alzai per porre rimedio o, meglio, tentai di alzarmi, ma le gambe non rispondevano ai miei comandi. Sapevo cosa era accaduto, già avevo avuto sentore del fatto perché inspiegabilmente le sentivo gelide. Le mie gambe, un sacrificio non indifferente! Come un serpe strisciai sul pavimento bagnato e con molta fatica, feci comunque quello che mi ero proposto. Le mie gambe, come potevo in quel paese fantasma continuare la mia esistenza, come potevo far sbocciare nuovi fiori su quel manto stepposo. Trascinavo le gambe come una lucertola bicaudata, ed ero felice del fatto, perché quelle due dannate code erano un incessante segno dell'esistenza divina.
Trascorrevo le giornate sul pavimento che, nonostante tutto, avevo cura di tenere pulito. Mi nutrivo con il latte di una capra che riuscivo a mungere quasi tutti i giorni adescandola con un secchio colmo di acqua. Potevo andare avanti per anni ma la solitudine, e più di essa l'inutilità della mia esistenza, mi spingevano a uscire dall'uscio per penetrare in altri mondi. Più volte uscivo di casa, più volte miravo l'orizzonte desertico che avvolgeva il mio paese e più volte mi rassegnavo a non lasciare la mia dimora. L'unica speranza era che qualcuno si facesse vivo, magari il padrone della generosa capra. Svuotavo le due mammelle sempre totalmente, anche quando non avevo affatto voglia di nutrirmi, affinché il pastore si decidesse a cercare il ladro. Ma purtroppo mai nessuno si faceva vivo, né una voce, né un sorriso, né un pianto.
La mia giornata trascorreva tra un lavoro e un altro, avevo riparato la casa per quello che potevo, in modo da non passare inosservato a un occasionale visitatore, e pregavo, pregavo molto. Chiedevo spesso nelle mie preghiere di avere un contatto con il mondo esterno. Di poter essere accudito e curato, spesso, in preda alla collera, avevo pensato di sacrificare parte del mio corpo in cambio della richiesta. Nulla cambiava, i giorni nascevano e morivano con quell'unica speranza.
Una mattina, una triste mattina, mi svegliai da un lungo sogno nel quale ero circondato da gente premurosa, persone allegre, le quali mi prestavano mille attenzioni, alcune donne mi preparavano degli ottimi pasti, un giovane amico mi aiutava nelle pulizie personali, altri mi facevano compagnia conversando, e io, felice, mi facevo cullare dal loro affetto. Mai avevo fatto un sogno così bello! mai avevo gioito tanto! Al risveglio tutto tornò come prima, cercai di farmi coraggio, ma la collera era enorme e l'obiettivo unico.
Faceva freddo, ma io sudavo. Avevo lo sguardo puntato verso il fuoco del camino. La mia mano tremante seguiva il percorso degli occhi. Presi un ramo che aveva l'estremità infuocata. Mi girai ed osservai il grigiastro cielo che dalla finestra, con le nuvole, mi aveva tenuto compagnia, regalandomi i migliori scenari. Feci un'ultima preghiera nella quale dissi :«Signore accetta questo sacrificio in segno della mia fede», udii il suono di un campanaccio, pensai alla capra. Alzai il ramo ardente e lo posi in vicinanza degli occhi e sussurrai lacrimante queste parole :«Signore, tu sai quello che io desidero». Altri campanacci suonavano e ora che lo ricordo, sentii la voce del pastore che si dimenava nel guidare le capre. Ma io ormai non ascoltavo più nulla e poi quei suoni potevano essere il frutto di un ulteriore miraggio. Feci un profondo respiro e spensi per sempre la luce nella mia vita. |
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Nell'ombra
Non era un miraggio, il pastore entrò infuriato nella casa, tra il frastuono degli animali. Il mio dolore era immenso, sentivo una grossa confusione. «Disgraziato!», egli disse :«maledetto cosa hai combinato!». Le sue imprecazioni rimbombavano nei miei timpani e mi inducevano a lampi di rimpianti. Prese dell'acqua gelida e cercò di pulirmi il volto sanguinante, mi caricò su di un somaro, e al suono di frustate, corremmo dal medico del paese limitrofo. Ebbe ben poco da fare, mi medicò gli occhi e fece un generale controllo al resto del corpo, fermandosi scrupolosamente sulle gambe, ma ormai quello che ,avevo fatto era irrimediabile. Fui portato in un ricovero per vecchi, anche se io ero alquanto giovane, dove mi assalirono con rimproveri e morali. Mi pulirono dalla testa ai piedi e finalmente mi tagliarono i capelli e mi sbarbarono. Vestito a nuovo, sedevo su di una grossa poltrona quando venne una signora con alcuni uomini e mi chiese :«Come sta il nostro nonnino?», ma ero davvero così vecchio? Ella continuò :«allora non ci dici neanche una parola, come ti chiami?». Avevo voglia di parlare ma ero così agitato e confuso che le parole mi restavano bloccate nella mente. E la signora ancora insisteva :«ho chiesto il tuo nome, rispondi, dai!». Il mio nome, pensavo e frugavo nei ricordi, il mio nome, quanto tempo è passato dall'ultima persona che lo ha pronunciato, si certo che lo ricordo. Mi feci forza e dissi :«Il mio nome è...», ma poi mi fermai, non avevo voglia di pronunciarlo, ero stanco, stanco di tutto. Uno dei signori che accompagnavano la donna fece intendere che era meglio lasciarmi solo. Udivo i passi che pian piano si spegnevano e le voci ovattate che confabulavano chissà cosa.
Oggi, dopo trentatré anni, sono ancora qui, su questa poltrona. In penombra accanto alla finestra mi faccio narrare la vita dai bambini della strada, dalle loro urla, dai loro spaventi, dalle loro risate, dai loro pianti. Sporadicamente ricevo visite di cortesia che accetto solo per la buona fede di chi si presenta. Spesso ricevo Purino, il pastore, lui si che ha vissuto! Con i suoi animali, la sua montagna. Ha sempre vissuto, mai un respiro fatto inutilmente. Pochi giorni fa mi portò una grossa gabbia di canne e un merlo nero, dicendomi :«L'ho costruita per te, è bellissima lo dicono tutti, e il merlo, con i suoi fischi, ti farà compagnia». Oh Purino, mio pastore, una gabbia non è mai bella e i merli sono fatti per volare liberi nel cielo, e i loro melodici fischi per invocare l'amore, non la libertà. Avrei voluto vedere come scappò via quando lo liberai, fuori era tempesta, ma che importa, fuori era la vita.
Spesso ricordo Orco, oh come desidero una sua visita! I suoi occhi di pane fresco, la sua voce, appagava ogni dolore. Dei miei cari non ho notizie e poco ricordo di quando ho vissuto con loro. Resto chiuso in questa camera, chiuso nel mio corpo inerme. La mia mente, i miei pensieri vagano sempre sulle stesse immagini. Attendo, tutto il giorno attendo, la pulizia, la colazione, il pranzo, la cena, il riposo. Un ciclo che si ripete alla precisione di un pendolo. Attendo ogni cosa ma non la morte. Ho sempre amato vivere, e oggi ancora di più. Quando respiro l'aria fresca sono felice, quando mangio una mela bacata sono felice, quando rido, quando parlo sono felice, perché questa misteriosa vita è davvero bella, mi affascina, mi lascio conquistare da ogni cosa, da ogni essere. Ogni persona un mondo nuovo, ogni uomo un uomo, ogni donna una donna. No non mi sono stancato di vivere, non provate neanche a pensarlo, il mio essere è la vita in se stessa. Vorrei tanto conoscere tutte le anime di questo mondo, i loro misteri le loro idee. Miliardi di cuori che pulsano e spendono frenetici i loro battiti giorno dopo giorno. Miliardi di speranze che attendono la loro realizzazione, il successo. Vorrei poterli baciare tutti e a tutti realizzare i desideri, perché tutti meritano la luna! Attendo come voi: io sulla poltrona in questa oscura camera, voi nelle vostre città, nei vostri angoli. Tutti i giorni alle dodici in punto, alzo gli occhi al sole, è l'unica immagine che riesco a vedere, la grande luce, il sole a mezzogiorno. Ed è in quel momento che entro nei ricordi e inizio a raccontare a voce alta, come se qualcuno mi stesse ascoltando, la mia vita. Forse, dato il tempo trascorso, non ricordo bene ciò che narro. D'altronde tutti i miei ricordi sono un po' sfumati con i miei sogni e nulla è pura verità. Sono molte le cose che dimentico e molti i sogni che diventano nella mia mente realtà. Ma credo che a voi riesca facile perdonare un povero cieco.
Vincenzo lacobelli
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